Vite consumate pubblicamente: Nan e Terry

Tanto tempo fa, quando ho aperto questo blog, era per parlare di arte e vita. Ultimamente per varie coincidenze e contingenze ho trattato più la vita, la mia. Tanti sentimenti e tante persone ho conosciuto negli ultimi mesi e mi hanno fatto scoprire l’importanza di questo diario pubblico.

Persone che hanno condiviso con me le loro storie e persone che si sono confidate. Un mondo di storie da tutta Italia si è aperta ai miei occhi e con felicità le ho accolte. Comunemente si sentono le notizie in cui i social aiutano a divulgare una notizia, ma non sperimentandola in prima persona non ci si rende conto che ciò è possibile e che la portata dei social network è immensa.

A me piace la scrittura e penso che attraverso questa le persone possano avvicinarsi, anche persone sconosciute. E così è stato. Ci sono opinioni diverse sul raccontare i propri sentimenti o ciò che ci accade, ma io personalmente ho sempre pensato che questa fosse una cosa positiva. Per ringraziare in un modo particolare ho deciso di scrivere sull’importanza del diario.

Una volta, e ancora per molti, i diari erano cartacei e personali, ma con l’avvento delle nuove tecnologie questi sono diventati pubblici e “digitali”.

Io ho sempre tenuto un diario segreto, ma dai miei primi diari a cui davo un nome come fosse un amico immaginario a cui raccontare ciò che mi accadeva giornalmente, questo è diventato, in parte, condiviso.

Non è raro leggere “le vite degli altri” nei blog e non è raro vedere “frammenti di vita privata” pubblicati senza nessun tipo di censura.

Un omaggio particolare lo vorrei fare a dei fotografi che hanno fatto in modo che la loro vita diventasse un motivo di riflessione per gli spettatori.

Nan Goldin, in questo è stata assolutamente una pioniera. Intenta a fotografare tutto ciò che le accadeva con la più assoluta naturalezza. Ciò che dai suoi scatti esalta è l’immediatezza con la quale essa si rapporta alla vita, facendo crollare quelle barriere tra la macchina fotografica e i suoi soggetti. Ciò che voleva cogliere era la vita, il suo flusso e il suo caos, così come essa si presentava.

Fin da quando era giovanissima si dedica e si appassiona alla fotografia ritraendo amici e parenti. Gli anni in cui Nan scatta, sono anni problematici. Sono gli anni ’70-’80, la piaga dell’AIDS e dell’eroina affliggono la società e ancora non si sa come debellarla, la malattia spezza la vita di giovani anti-eroi poco più che ventenni e lei si ritrova immersa completamente in questo mondo. Un mondo che vive intensamente e che non cela, anzi lo rende manifesto attraverso i suoi scatti che poi verrano pubblicati in raccolte assolutamente eccezionali.

The Ballad of Sexual Dependencyè uno slide show supportato dalla musica di circa 45 minuti, in cui la Goldin ha racchiuso le fotografie di quegli anni scattate a New York, ciò a cui si assiste è la vita stessa della Goldin, un diario intimo caratterizzato dai sentimenti più diversi: paura del futuro, amore, sofferenza, amicizia, depressione, ma anche dalla voglia di vivere, che si costruisce ai nostri occhi nell’arco della proiezione. L’artista stessa afferma:

“Non ho mai creduto che un solo ritratto possa determinare un soggetto, ma credo in una pluralità di immagini che testimonino la complessità della vita”.

Ci rende partecipi del suo mondo con assoluta tenerezza e complicità. L’opera venne pubblicata per la prima volta nel 1986, e negli ultimi anni è stata ripubblicata da Aperture Foundation.

Il suo lavoro, dopo questo primo progetto prosegue, raccontandoci il suo mondo, le sue amicizie e i legami personali. Il 1996 è l’anno di una personale al Whitney Museum di New York in cui presenta un secondo meraviglioso progetto, un film che tratta un tema più che mai attuale come quello dell’omosessualità I’ll be Your Mirror. Molto apprezzato, tanto da ricevere il premio nello stesso anno al Berlin Film Festival.

Chi ha sempre ammesso il debito verso questa grande fotografa è Terry Richardson che più di ogni altro ha saputo sfruttare i nuovi social newtork e la fotografia diaristica. Tutto si sa di Terry e tutto si vede, letteralmente, di Terry.

Nessuna differenza nelle sue foto private, in quelle di moda e di ricerca personale. Non utilizza una tecnica ricercata e perfetta, tutt’altro è caratterizzata da inquadrature casuali, dal “pallino rosso” negli occhi, utilizza dalla reflex alla fotocamera del cellulare.

Fece scandalo nel 2004 con Kibosh (libro che personalmente sono impazzita ma che ho trovato dopo un pò di tempo dall’inizio della mia ricerca). Un libro, che per citare lo studioso Claudio Marra “è una gioiosa reinvenzione della fotografia pornografica, alleggerita da tutti i suoi codici rappresentativi, grazie allo stile “familiare” e antiformalista”.

Un condensato di immagini private che viene esibita e vissuta con assoluta libertà. Nulla differenzia queste immagini da quelle ogni giorno pubblicate nel suo photolog Terry Richardson’s Diary, avviato nel 2010.

Diari di vita, diari privati che diventano pubblici, nascono per essere condivisi. Apprezzati o meno, hanno cambiato e continuano a cambiare il nostro modo di vivere e di vedere. Ciò che una volta era un tabu ora è diventato la normalità. Non sempre la condivisione è una cosa negativa, forse perchè l’abbiamo assimilata e fatta nostra e proprio attraverso questo iniziamo a conoscere problemi, gioie e dolori che prima non ci erano noti o di cui eravamo timorosi nel parlarne.

La fotografia a mio parere ha questa grande forza della riflessione: “fotografa ciò che stiamo vivendo” ma congela anche la società nel suo divenire. E in un certo senso questi due fotografi nei loro rispettivi progetti inquadrano bene i decenni raccontati e le storie che si sono svolte o che si stanno svolgendo.

E per lasciarvi una delle tante citazioni, così tanto criticate e così tanto “citate”, questa volta presa da un libro che chiaramente è un diario:

«Pensi che a te non succederà mai, che sei l’unica persona al mondo a cui queste cose non succederanno mai e poi, a una a una, cominciano a succederti tutte, esattamente come succedono a tutti gli altri».

Paul Auster, Diario d’inverno

Un viaggio quello di Auster che in Diario d’inverno, racconta la vita di un uomo che cerca la verità, non verità universali, ma quella più semplice, spietata e dolorosa, quella se stessi.

Con questo non mi rimane che augurarvi buona lettura o buona visione.

Nan Goldin

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Terry Richardson

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