Pictorial like

La fotografia digitale è un tema molto discusso negli ultimi anni. Dibattiti incessanti tra apocalittici e integrati e sulla presunta morte della fotografia. Ogni qualvolta sento parlare di fotografia digitale mi sembra di capire che il merito riconosciuto a questi fotografi “digitali” è quello di poter varcare, grazie all’utilizzo di photoshop e del fotoritocco nuove frontiere artistiche verso l’inimmaginabile.

Allora mi sorge una domanda: la macchina fotografica digitale e i software per la post-produzione permetterebbero al fotografo di sganciarsi da una realtà frustrante e poco immaginifica per addentrarsi in mondi irreali? Allora il fotografo, così facendo, è in grado di ottenere la techne tanto bramata per affermare la propria libertà creativa? E ancora, le fotografie digitali permettono di aprire la visione del fotografo e dello spectator su mondi irreali, creando complesse immagini artistiche?

Secondo il mio parere: NO. La differenza non è molta, certo le tecnologie si evolvono. Io non sò cosa sia meglio ma sono figlia del mio tempo, e il mio tempo è quello del passaggio dall’analogico al digitale. I fotografi “analogici” scattano come quelli “digitali” e solitamente molti di coloro che scattano con una macchina fotografica digitale si dilettano a scattare con le vecchie macchine a pellicola… in un continuum di scatti. Ciò che si vorrebbe catturare attraverso la fotografia è “un’esperienza”, per citare Susan Sontang, che sia essa analogon della realtà o che sia una fotografia modifica in photoshop o in camera oscura. Il fotomontaggio è una pratica molto antica, nata all’incirca con la nascita della fotografia stessa.

L’opera di Rejlander è considerata il primo esempio di fotomontaggio della storia della fotografia.

Rejlander per organizzare il set fotografico studiò i particolari dettagliatamente, servendosi di esperti nel settore di tableaux-vivants per la  sua realizzazione. Narra la lotta tra Vizi e Virtù: sulla sinistra un giovane è attirato dai corpi nudi e  dalle fanciulle dalle carni sensuali; mentre dall’altra un secondo giovane guarda verso delle donne ammantate e intente a leggere o ad occuparsi di lavori nobilitanti.

Anche LaChapelle nel Diluvio, di dichiarata ispirazione michelangiolesca, tratta temi morali e religiosi: il momento finale in cui solo gli eletti si salveranno.
Come nell’opera di Rejlander anche questo è un momento immaginario in cui la società ritratta è quella contemporanea; una moltitudine di gente è in balia di un disastro naturale, ma ciò che salta immediatamente all’occhio è il fatto che questi corpi non sembrano disperati ma perfetti, quasi manichini immobili. Vari sono gli elementi che riportano al consumismo contemporaneo quali: il Caesar’s Palace noto casinò di Las Vegas, il marchio Gucci e l’insegna del Burger King. I due lavori, pur essendo l’uno del 1857 e l’altro del 2009, hanno molte caratteristiche in comune: la costruzione di elaborati set fotografici, il citazionismo di opere celebri, il lavoro in post-produzione (molto accurato quello di Rejlander che unì trenta negativi con l’incollatura su due fogli), per i temi morali ed etici e per il richiamo ad un mondo altro: antico quello di Rejlander, catastrofico quello di LaChapelle. Le intenzioni dei due autori sono simili, diversa era la strumentazione adoperata dai fotografi e naturalmente lo stile: il primo ammantato di un’aura anticheggiante come buon uso dei Pittorialisti ottocenteschi, invece il secondo utilizza uno stile dai colori sgargianti e kitch, tipici della contemporaneità patinata sempre in cerca del frivolo.

Gli utensili come le tecnologie sono evoluzioni di quelli precedenti e ciascuno naturalmente sperimenta quelli del proprio tempo. Oggi come allora l’inclinazione verso l’onirico e l’evasione dalla realtà era ricercata in fotografia attraverso trucchi e tecniche applicate in camera oscura e ai giorni d’oggi attraverso i diversi software di fotoritocco. La nostra attenzione non si dovrà incentrare sul fotomontaggio in sé come conquista della techne (cosa che probabilmente avvenne nei primi tempi con i Pittorialisti, per il bisogno di essere accettati in quanto artisti dai pittori), ma sull’aspetto fenomenologico, da cui deriverà la poetica e lo stile dell’autore.

Il fotomontaggio, come ricordato poco fa, è stato utilizzato per evocare mondi fantastici, paure o ambizioni; come esercizio ludico, ricerca della propria identità, appagamento di desideri, per affrontare problematiche sociali etc. Il fotomontaggio è utilizzato per sperimentare la propria immagine in operazioni fantastiche, in travestimenti in panni di qualche eroe vittorioso o come fittizia rappresentazione della morte; sono divertimenti che continuano ad esser sperimentati ancor oggi, attraverso le più avanzate tecnologie digitali. La fotografia come passatempo e diletto. Scatti reali di sé che poi in camera oscura si trasformavano in sogni o incubi.

L’artista Claude Cahun si ritrae come cerbero, ma l’intento della Cahun è diverso rispetto alle precedenti immagini: essa si ritrae con due teste, una di tre quarti e l’altra di profilo come fossero attaccate ad un sol corpo. Il titolo è esemplificativo poiché fa riferimento ad un atteggiamento tra due stati della Cahun; l’una chiede all’altra: “Che cosa vuoi?”, rimanendo in attesa di una risposta agognata ma di cui si conosce inconsciamente la sentenza. Una riflessione sul rifiuto e allo stesso tempo sull’accettazione della vita e della morte. Essa attraverso il mezzo fotografico indagava la propria interiorità, travestendosi o alterando il proprio corpo fino a renderlo di altra natura. Fotografie create non, o non solo, con intenti artistici ma per indagare la propria psicologia e il proprio inconscio.

Altra immagine “fantasiosa” è quella di Richard Avedon per il primo numero della rivista Famous Photographers. Dopo aver ritratto l’attrice Audrey Hepburn in studio più volte, il fotografo ha creato un collage con più immagini stampate in scala. Nell’articolo che accompagnava lo scatto Richard Avedon scrisse che il suo interesse per il foto-collage crebbe nel tempo, dopo aver passato molti anni ad osservare le foto scattate in studio che lo tenevano ancorato alla realtà, e di aver voluto sperimentare il fotomontaggio per discostarsi da ciò che si poneva di fronte alla macchina, modificandole in post-produzione.

Richard Avedon, Audry Hepburn, Gennaio 1967.

Richard Avedon, Audry Hepburn, Gennaio 1967.

Ciò che accomuna tutte queste foto è la tematica. La volontà, con stili diversi e attraverso diverse arti, di esprimere un concetto, un sogno, un incubo o per indagare sé stessi e la società contemporanea, al di là della tecnica o della macchina fotografica utilizzata. Ogni autore esprime il proprio concetto o desiderio in base alla strumentazione tecnica in uso alla sua epoca e chiaramente ciascuno con il proprio stile personale. Oggi come allora le foto sono “esperienza”, un modo per esprimere la propria creatività, che questo modo sia su pellicola o affidato a un codice numerico, non credo sia così rilevante. L’autore “è stato”, ed “è” posto davanti ad un referente e con esso si rapporta.

Queste le parole di Oliviero Toscani:”La qualità non ha niente a che fare con la qualità della tecnologia. Si possono benissimo fare delle fotografie fantastiche con il telefonine e fare delle foto di merda con la macchina più sofisticata e cara che ci sia. Per me la fotografia è l’immagine della memoria storica della condizione umana. Quando la fotografia assurge a queste qualità, allora diventa interessante.  […] Deve essere la memoria storica, ciò che rimarrà, ciò che succede, sta succedendo ed è successo”.

Quesito: con l’avvento del digitale si deve dubitare della veridicità delle fotografie in virtù della loro facile manipolazione? Semplicemente non potrebbe essere un problema di etica del fotografo e/o di recepire i giusti messaggi che la fotografia vuole comunicare? Per rispondere a tali interrogativi, secondo me non ci dovremmo rivolgere al mezzo tecnico, ma all’autore, al suo stile e all’epoca in cui ha vissuto o vive; poichè il concetto trasmesso da una fotografia è il riflesso dei valori espressi di una determinata cultura, quella dell’autore.

L’esempio massimo di fotografia da cui ci si aspetterebbe veridicità è il fotogiornalismo. La maggior parte degli scatti che oggi vediamo pubblicati sui giornali o nel web, sono digitali e per lo più dilettanteschi, ovvero messi in rete non da fotoreporter esperti ma da chiunque disponga di un cellulare provvisto di fotocamera. Se pensiamo al caso delle fotografie nelle prigioni di Abu Ghraib e le torture inflitte ai prigionieri iracheni, il fatto che esse fossero state scattate con un cellulare non ha per fortuna “scalfito il loro potere di prova schiacciante” come afferma Claudio Marra. L’etica nella vita come nella fotografia è fondamentale, al di là del mezzo. Molte volte le foto vengono modificate per puro divertimento, creando non poco clamore; questo è avvenuto nel caso dell’uragano Sandy che ha colpito gli Stati Uniti. Ancor prima che l’uragano si abbattesse con tutta la sua furia sulle città, le immagini false pubblicate sul web erano numerosissime.

Altre volte le immagini di fotoreporter coscienziosi possono essere fraintese, suscitando aspre critiche e vacillamenti di credibilità. Questo è successo a Robert Capa e alla famosissima foto che ritrae un miliziano colpito a morte durante la guerra civile spagnola. Molto criticata anche la fotografia di Spencer Platt, premiata nel 2006 al WordPressPhoto. La fotografia ritrae delle ragazze su di una decappottabile rossa tra le macerie della guerra. La forza dell’immagine sta in questo contrasto: macerie grigie di una città dilaniata e l’aspetto surreale delle belle ragazze, vestite di tutto punto come se fosse una gita in campagna.

Spencer Platt, ragazze libanesi nel quartiere sud di Beirut.

Spencer Platt, ragazze libanesi nel quartiere sud di Beirut.

Le polemiche su questa fotografia sono state molte, non entrerò nel merito di queste, ma la contestualizzazione storica non si dovrebbe mai perdere di vista, al di là di quale mezzo si utilizzi, che sia una fotocamera da cellulare o una macchina professionale, l’importante è lo scatto giusto catturato nel momento inaspettato. L’autore in un’intervista a Repubblica afferma:

“Ormai era pomeriggio, avevo quasi finito di lavorare e stavo per tornare in albergo. Ero in un quartiere sciita a sud della capitale, una delle zone più danneggiate dai raid perché ritenuta roccaforte di Hezbollah. È lì che ho visto quell’auto rossa, quelle belle donne, giovani, alla moda, una di loro fotografava le rovine. Sì la forza dell’immagine è nei suoi contrasti, eppure non c’è da sorprendersi che quell’auto passasse proprio da lì. L’ho vista, ed è stato un attimo. Ho pensato: “Questo è il Libano”.

Osservando la fotografia di Platt, la prima cosa a cui pensai fu alla somiglianza con le foto di moda. Lo scatto per composizione fortuita mi ha ricordato quello di Lauren Greenfield. Ciò che a mio parere fa la vera differenza è l’utilizzo della foto, una di “reportagismo” di guerra, mentre l’altra potremmo definirla sociale. L’una come l’atra attestano la realtà, che sia essa un momento fortuito nel mentre di una guerra, che sia essa un frangente di vita mondana, entrambe riflettono i valori della nostra epoca.

L’uomo si rapporta con la tecnologia che vi è nel proprio momento storico e attraverso essa si esprime. Può essere un ricordo di famiglia, può essere un modo per affrontare problematiche intime (la foto-terapia) e sociali, il problema è il come viene presentata e se realmente essa sarà incisiva, che sia foto di moda, ritratto, di giornalismo, erotica o personale poco importa.

“Ognuna appartiene ad un tempo, ad un momento. Devo dire che quella dell’anoressia non è male, è forte, è un ritratto della società moderna. Ha tante cose insomma. È una condizione umana. È veramente la memoria storica di un momento storico”.

A mio parere tutte queste domande sono implicite nella poetica e nel lavoro del fotografo.
Che il mezzo tecnico sia cambiato, non significa che anche la fotografia sia cambiata o che la poetica e le ricerche di un fotografo siano state influenzate dal mezzo, certo avviene anche questo. Cambia la società, cambiano i soggetti, cambia il fotografo in quanto uomo, e naturalmente cambieranno i temi di ricerca e d’interesse in base a una proprio evoluzione e ad una propria idea di fotografia.

Se fino ad ora abbiamo trattato il problema della fotografia da un punto di vista dell’autore e del mezzo in sé, potremmo prendere in causa anche la terza componente, ovvero lo spectator.

Potrebbe esser vero, vivendo noi in un Pictorial Turn, che il nostro sguardo ormai si sia anestetizzato di fronte alle molte fotografie visibili quotidianamente?

Un flusso continuo di notizie e immagini che ci attraversano la retina e a cui non prestiamo più attenzione. La potenza della fotografia, come affermato poco sopra, sta in questo: è un’immagina ferma, bloccata che entra dentro e che ti permette di riflettere e di capire la realtà.

Oliviero Toscani smuove le coscienze, la Cahun utilizzava il mezzo fotografico per indagare sé stessa, Platt ci mostra uno spaccato di guerra, la Greenfield un frammento di realtà. Ognuno a suo modo comunica le proprie sensazioni, il benessere o il malessere di una società.

Dovremmo cercare di capire cosa realmente uno scatto ci vuole comunicare e cosa possiamo imparare da essa.
Non credo che il mezzo abbia fatto la differenza, o che esso “crei” la creatività, certo aiuta a rendere l’immagine più definita, ma non è la sola componente fondamentale. Addirittura Toscani si serve di immagini non sue, tratte dalla cronaca.
La storia dell’arte del novecento come più volte affermato aiuta a capire, non è la manualità ma il concetto e la grandezza delle immagini risiede nella forza con cui gli scatti ci pervadono, rendendo esplicita la società d’oggi.

E se questo non bastasse è utile vedere la serie Faces.
Razza umana “è uno studio socio-politico, culturale e antropologico. Fotografiamo la morfologia degli esseri umani, per vedere come siamo fatti, che faccia abbiamo, per capire le differenze. Prendiamo impronte somatiche e catturiamo i volti dell’umanità”.
Di chiara ispirazione sanderiana questo progetto. August Sander nei primi anni del ‘900 iniziò a fotografare con sistematicità schedativa gli uomini del suo tempo. Un ampio campionario, dai contadini agli artigiani, studenti, artisti e borghesi chiamati “a istituire modelli, a ritagliare tipi, a funzionare, come diceva Sander stesso, archetipicamente” (Marra 2003).

Le tematiche da me toccate sono state molte e diverse tra loro, come anche i diversi genere di fotografia e le diverse attrezzature con cui gli artisti hanno fotografato.

Ciò che mi è parso immediatamente chiaro è che:

non è la macchina fotografica a fare la differenza, ma il “concetto” per cui la fotografia di un determinato autore è nata, il progetto portato avanti ( Sander – Toscani), il contesto storico e le tecnologie presenti all’epoca, nonché lo sguardo del ricevente (dello spettatore).

In conclusione le domande che ci dovremmo porre riguardo al mezzo tecnicamente inteso dovrebbero essere:

Il digitale in quale modo incide su di noi?
Incide sulla creatività dell’autore?
Incide sull’abbattimento dei prezzi?
“La democratizzazione” della foto porta ad un dilagare di scatti pseudo-artistici l’uno uguale all’altro?
Crea un’alienazione rispetto all’immagine stessa il cui unico fine è il “Mi piace” sui social network?

Ma forse le vere domande che ci dovremmo porre sono:

Dopo la rivoluzione del Rrady-made attuata da Duchamp nel ‘13, non sarebbe ora di riconoscere il valore concettuale delle opere, invece di censurare alcune immagini, Toscani ne è l’esempio emblematico, perché scomode per i nostri pensieri? Non dovremmo accoglierle e farle nostre per capire la società in cui viviamo?

A mio parere dovremmo riflettere su ciò che ci viene proposto e su gli interrogativi che ci vengono posti dagli autori attraverso le fotografie.

Cercare in fin dei conti di essere complici dei messaggi della fotografia, e non solo consumatori inconsapevoli di un mondo virtuale che tende all’alienazione dell’individuo tramite un finto salotto globale, in cui l’immagine del miliziano morto in guerra di Robert Capa diventa un semplice post in bacheca.

Libri consigliati:

Roland Barthes, La camera chiara, Parigi 1980.
Claudio Marra, Fotografia e pittura nei novecento: una storia “senza combattimento” (e oltre).
Claudio Marra, L’immagine infedele. La falsa rivoluzione della fotografia digitale..
Susan Sontang, Sulla fotografia. Realtà e immagine nella nostra società, Torino, Einaudi 1977. Ibs, Amazon, Feltrinelli,

6 thoughts on “Pictorial like

  1. Può darsi che il digitale consenta di avvicinare il fotografare all’immaginare, permettendo di intervenire sul “vero” fotografato per trasformarlo in visione. Dunque meno mondo e più sguardo.
    Ma indubbiamente è solo nella dimensione concettuale che si possono trovare le risposte.

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    • Si… nella poetica e nella mente secondo me… poi c’e una dosa sostanziosa di soggettività… ma è un discorso lungo, e purtroppo ora non ho il tempo, non è un periodo facile della mia vita e cerco di destreggiarmi tra blog, lavoro e vita… un abbraccio, a dopo…

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  2. mi hai affascinata…. il digitale …. e la pellicola ogni tanto…e la camera oscura …..diversa dall ambiente photoshop 🙂 ..ma hai ragione, non sono figlia ma con il digitale mi “ritrovo”
    a presto
    Marì

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  3. è un po come il concetto di espressività artistica o di creatività, l’artista che sperimenta tutte le forme del linguaggio e dona spazio alle sue esigenze di costruzione di un immaginario. Ogni nuova frontiera ha sempre radici che si fondono in quella che l’ha preceduta, e ogni confine cancellato desidera sempre superare quello successivo prendendo spunto dal passato per costruire un futuro nuovo.
    Bel post… molto professionale.

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